PWNY 2013: Focus on…Erica McDonald & Maggie Steber / workshop #1

#PWNY2013

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A tre mesi dall’inizio dei workshop a New York, abbiamo deciso di concedere una prima opportunità di conoscenza tra i docenti ed i partecipanti. Per farlo ci siamo chiesti in che modo avremmo potuto rendere esclusivo  il nostro contributo e la strada migliore ci è sembrata rivolgere delle domande ai docenti per stimolarli a svelarci alcune loro riflessioni sul workshop che si accingono a condurre e soprattutto alcuni aspetti della loro personalità e della loro professione.

Un breve flashback  nella vita dei docenti che crediamo possa rivelarsi divertente e allo stesso tempo utile ai futuri studenti. Un tentativo di introdurre a rispettare quella che è la natura del workshop, che lo differenzia da una normale lezione frontale e unidirezionale, cioè il suo carattere informale e collaborativo che permette di uscire dagli schemi a volte troppo asfissianti dell’accademia.

Iniziamo questa serie di post dal primo workshop in programma di PWNY2013, “The Documentary Journey: The photographer transformed”, che si svolgerà dall’1 al 7 luglio compresi e sarà condotto da due fotografe americane di grande esperienza e carisma: Erica McDonald e Maggie Steber. Le abbiamo intervistate per voi ed ecco le loro risposte alle nostre domande.
Buona lettura!

Erica McDonald & Maggie Steber

Erica McDonald & Maggie Steber

1) Ti conosciamo come fotografa di successo, ma che tipo di docente incontreranno i tuoi studenti?

Erica: «Come quando si fotografa, nell’insegnamento è molto importante reagire in modo adeguato alle situazioni che ti si presentano di fronte. Cerco di comprendere i bisogni di ogni persona individualmente in modo da poter essere nel miglior modo possibile di aiuto come guida.»

Maggie: «Una delle cose che preferisco del fatto di fare questo lavoro da molti anni è insegnare ai workshop. Credo siano come intense relazioni sentimentali che durano una settimana. Mi piace scoprire e far emergere il filo rosso, lo stile o il tema del lavoro di qualcun’altro, qualcosa che loro non vedono ma che hanno bisogno di scoprire e celebrare. Sono energica, entusiasta, divertente e decisamente incoraggiante.»

 2) Come credi risulti utile a te l’interazione con gli studenti durante un workshop? Insegnando s’impara. Credi di accrescere le tue conoscenze e trovare ispirazione anche tu durante queste esperienze?

Erica: «Assolutamente. E uno di quei meravigliosi momenti di scambio di influenze reciproco che capitano nella vita.  A volte l’ispirazione arriva direttamente dal lavoro di uno studente, o dal non avere il tempo di fotografare per me durante le lezioni, o dall’esperienza di insegnare accanto ad un altro docente.»

Maggie: «Sono sempre ispirata dagli studenti dei workshop. Mi emoziono dei loro successi, mi rendono molto felice, anche quando mi esauriscono fisicamente, perché è una gioia insegnare a persone che sono realmente interessate e pronte a lavorare duro. E’ emozionante vederli realizzare chi sono e cosa possono fare e le persone vengono ai workshop senza sapere che questo è il motivo per il quale frequentano i workshops…per trovare il loro posto, per intraprendere la strada giusta per se stessi o per i loro progetti. Credo che sia uno degli aspetti più emozionanti della fotografia per me. E apprezzo molto che le persone confidino tanto nelle mie capacità di fotografa quanto in quelle di insegnante.»

3) Quale sarà il tuo modo di insegnare durante il workshop? Cosa enfatizzerai e cercherai di trasmettere?

Erica: «L’enfasi sarà posta sull’essere onesti verso se stessi, scoprendo cos’è importante per gli studenti e come una storia possa essere raccontata da una unica, singolare prospettiva facendole assumere, allo stesso tempo, una portata universale.»

Maggie: «La visione narrativa e il raccontare storie in nuovi modi che riflettano il momento in cui ci troviamo. Sono sempre meno una tradizionalista. Credo che le storie, ogni tipo di storia, possano essere raccontate in qualsiasi modo. Ciò che una volta era considerato documentario, almeno per me, ha ampliato le proprie prospettive e credo che noi dobbiamo ampliare di conseguenza le nostre idee su di esso e saltarci dentro con apertura mentale e di cuore perchè non possiamo continuare a fare gli stessi tipi di fotografie su argomenti che non passano mai… dobbiamo continuare a raccontare queste storie, le stesse storie che sembra che raccontiamo di continuo, ma con nuove prospettive e discuteremo delle differenze che io percepisco in come i fotografi americani raccontano storie, come le raccontano gli europei, o gli africani o i sud americani o gli asiatici e da questo punto di vista avrò molti esempi da fare, anche da altri workshop che ho condotto in tutto il mondo!»

4) Cosa rappresenta oggi un workshop per un giovane fotografo?

Erica: «Essere in grado di tornare ad una mentalità da principiante – non importa quanto sia avanzato il livello dello studente – potrebbe essere uno degli strumenti più preziosi per un creativo, e un workshop permette di creare le condizioni per entrare in questo stato mentale.»

Maggie: «Può essere un importante cambiamento della loro vita. Ho aiutato persone a trovare lavoro solo rifacendo con loro il loro portfolio, ho fatto pubblicare i lavori di alcune persone in importanti giornali e riviste e ho instradato diverse persone nella strada che avrebbero dovuto intraprendere…Alcuni studenti mi hanno detto che le loro vite sono cambiate dopo i miei workshops. E non mi spaventa dirvi che sono un’insegnante estremamente generosa; generosa con il mio tempo, con il mio impegno, con le mie energie e, se credo che tu meriti qualcosa, farò di tutto per darti una mano a essere pubblicato.»

 5) In un momento in cui sempre più fotografi cercano di “sfondare”, dicci cos’è per te il successo.       

Erica: «La mia concezione del successo in fotografia varia di giorno in giorno…a volte significa essere in pace con il percorso che sto facendo, a volte, invece, avere il coraggio di provare qualcosa di nuovo, altre semplicemente mettersi a disposizione degli altri fotografi…e anche se preferirei di gran lunga dire che non mi interessa, sinceramente credo che anche ricevere riconoscimento da parte di fotografi o editors che ammiro profondamente sia un importante forma di conquista che rafforza.»

Maggie: «All’inizio cosa guardiamo al successo come la mera capacità di fare foto interessanti. Poi consideriamo il successo equivalente all’essere pubblicati – e devo ammettere che è dura andare avanti se si riesce ad esser pubblicati o a trovare dei finanziamenti, non importa che tipo di fotografia si faccia. Ma credo che dopo aver fatto queste cose per anni, inizi  a capire che il successo è costruirsi una vita, e tutte le importanti esperienze che la fotografia ti porta a vivere. Ogni tanto dobbiamo fermarci e ricordarlo. Credo che fintanto che si riesce ad essere sufficientemente felici con la fotografia, questo conta come successo. Ma anche sentire intimamente di continuare a crescere fotograficamente è probabilmente uno dei più importanti segni di successo e anche rendersi conto di riuscire ottenere dei guadagni facendo un certo tipo di fotografia che poi possono essere utilizzati per supportare i progetti che parlano alla tua anima.»

 6) Quando sei entrata in contatto con la fotografia decidendo di farne una parte fondamentale della tua vita?

Erica: «Quando aveva circa tre anni, mia sorella maggiore è stata fotografata il giorno di Pasqua. Tutte le foto del piccolo servizio sono state raccolte, in sequenza, in un album, mostrando la dinamica dei suoi movimenti: ragazza col cappello, senza cappotto, col cappotto sulla spalla, dietro l’albero senza toccarlo, poi appoggiata contro l’albero e così via. Molte famiglie conservano foto come queste, ma io avevo solo cinque anni quando trovai l’album e rappresentò una rivelazione sulla natura del tempo e sul potere della documentazione visiva, cosi come sulla possibilità di una voce singola di presentare quella documentazione.  Quelle foto mi permisero di vedere mia sorella maggiore come più piccola di me. Dato che io ero già più grande di mia sorella in quella foto e non esisteva nessun documento simile su di me, mi fecero capire che ciò che non è documentato rimane tale per sempre. Sembra un po’ sconcertante per una bambina, ma a quel tempo fu per me una naturale e importante presa di coscienza.»

Maggie: «Ho studiato fotografia all’università, ma non è stato prima della laurea, di esser stata un po’ di tempo a Parigi e di aver scattato tutti i giorni, che ho realizzato che era quello che volevo e che riguardava non tanto la fotografia ma le esperienze che stavo vivendo. Ma avere le fotografie come prova e come ricordo è sempre stato molto affascinante per me.»

 7) In che modo la scelta dei soggetti dei tuoi progetti o libri riflette chi sei come persona e fotografa? Per te la fotografia è solo una professione o anche una parte della tua personalità?

Erica: «Casa mia è molto importante per me – mi piace renderla mia e questo significa di certo che gran parte del mondo che fotografo proviene dal giardino di casa, ma sono felice di realizzare progetti ovunque nel mondo trovi un ambiente confortevole. Per me la fotografia è prima di tutto qualcosa di personale, poi una professione.»

Maggie: «Mi intrigano le persone e le loro esperienze. E sono in continuazione meravigliata di come le persone ci trasportano dentro le loro vite, si rendono a noi vulnerabili e credo che noi per primi dobbiamo renderci, in qualche modo, vulnerabili a loro. Per questo la fotografia è per me molto personale, ma è anche una professione, quindi devo anche pensare alla sua parte di profitto.»

 8) Dicci un film ed un libro (non fotografico possibilmente) che hanno fatto di te quello che sei oggi.

Erica: «La scena iniziale di Down by law mi è rimasta per molto impressa come Dorchester Days di Eugene Richard.»

Maggie: «Il grande 8 ½ di Federico Fellini e tutti i libri di Graham Greene, ma in particolare I Commedianti, che parla di Haiti. Mi piacciono gli scrittori brittannici come Somerset Maugham per il loro stile.»

9) I workshop condotti allo stesso tempo da due docenti  non sono molto frequenti: qual’è il loro valore aggiunto dal tuo punto di vista?

Erica: «Si crea una sorta di effetto “Gestalt” – che va ben oltre la somma delle qualità dei singoli insegnati. Si tratta di qualcosa che non può essere identificato in anticipo o quantificato, ma può essere percepito.»

Maggie: «Gli studenti possono beneficiare dei diversi punti di vista ed esperienze dei rispettivi insegnanti. Questo arricchisce sicuramente la loro esperienza durante il workshop.»

10) In che modo la tua compagna di squadra completerà la tua visione e dialogherà con te durante il workshop?

Erica: «La risposta spazia dal pratico – da soli non è possibile vedere, sapere o fare tutto ciò che può essere fatto in un contesto didattico – all’astratto – si crea un’energia tale in due che si sprigiona dallo scambio e fa scintille in nuove direzioni.»

Maggie: «Entrambe facciamo lavori simili e differenti allo stesso tempo ma credo che siamo molto simili mentalmente per il fatto di essere aperte a svariati modi di raccontare storie e a diversi modi di intendere la fotografia documentaria.»

11) Qual’è secondo te la qualità migliore della tua collega?

Erica: «Maggie è costantemente positiva e percettiva pur essendo in grado di esplorare dei temi impegnativi che altri rifiutano di prendere in considerazione. E’ una profondità, molto rara, che è ancora più significativa in quanto il suo interesse va oltre il personale.»

Maggie: «Erica è estremamente informata e condivide con tutti informazioni su diversi tipi di progetti e su una miriade d fotografi attraverso il suo canale DEVELOP. Inoltre, ha una personalità estremamente aperta e trovo che sia una persona molto effervescente.»

Grazie mille Erica e Maggie, siamo sicuri che sarete insegnanti strepitose!

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ENGLISH VERSION

Four months before the beginning of the workshops in New York we have decided to give students and teachers a first chance to know each other. We first thought about how this contribution could have made the difference, and the best way turned out to be a series of questions addressed to all teachers in order to stimulate them to reveal us some of their reflections upon the workshop they are about to hold, and some asptects of their personality and profession.

We think that this quick flashback into their private life can be both amusing and useful for students. An attempt to introduce a new way to perceive the nature of a workshop, which is very different from a lecture, where there is no interaction at all between students and teachers.

Let’s start from the first of the three workshops in program for the fourth edition of Photography Workshop in New York,  “The Documentary Journey: The photographer transformed”, that will take place from July 1st to July 7th and will be held by two American photographers of great experience and charisma:  Erica McDonald e Maggie Steber. We interviewd them for you and here there are their replies to our questions.
Enjoy!

1) We know you as an accomplished photographer. But what kind of teacher will your students meet?

Erica:«As in photography, when teaching it is important to respond to the specific situation in front of you. I try to understand each person’s needs individually in order to best be of help as a guide.»

Maggie: «One of my favorite things about having been in this business for a long time is teaching at workshops. I find they are like intense love affairs that last a week. I love discovering the thread or style or theme in someone’s work, something they don’t see but need to celebrate. I’m energetic, enthusiastic, funny, and completely encouraging!!!»

2) What do you get out of the workshop in your interaction with the students? Teaching is a two way street. Do you get inspired as well?

Erica:«Absolutely. It’s one of those wonderful reciprocities in life. The inspiration may come directly from a student’s work, or from not having the time to shoot for myself during the class, or from the co-teaching experience.»

Maggie: «I am always re-inspired by workshop students.  I am thrilled at their success, and it makes me so happy, even if it  exhausts me, because it’s a joy to teach people who really interested and willing to work hard.  It’s thrilling to see them realize who they are and what they can do and people come into workshops not knowing that which is why they take workshops…..to find their place, to find the right road for themselves or for their work.  I think it is one of the most thrilling aspects of photography for me.  And I appreciate that people have the confidence in my abilities as both a photographer and a teacher. »

3) What will be your personal teaching style for the workshop? What will you emphasize?

Erica:«The emphasis is on being true to oneself, finding out what is important to the student and how a story can be told from that unique perspective while making it universal in reach.»

Maggie: «The visual narrative and telling stories in new ways that reflect this moment in which we find ourselves.  I am less and less of a traditionalist.  I think stories, all kinds of stories, can be told in all kinds of ways.  What was once considered documentary, at least for me, has opened up and I think we should be willing to expand our thoughts about it and jump in with an open heart and mind because we cannot keep making the same kinds of pictures about issues that never go away…we have to stretch to tell these stories, the same stories we seem to tell over and over, in new visual ways and we will discuss the differences that I see in how American photographers tell stories and how Europeans, for example, tell stories, or Africans or South Americans or Asians and I have many examples of that—-from other workshops!  »

4) When so many photographers are interested in “making it,” what is success for you?

Erica: «My perception of photographic success changes day by day…some days it means being at peace with the path I’m on, others it means having the courage to try something new, and on others it means being of service to other photographer…and as much as I’d like to say I’m beyond it, in honesty I would say recognition from photographers or editors who I deeply admire is also a form of accomplishment that nourishes.»

Maggie: «At first we look at success in just being able to make an interesting photo.  Then we look at success as getting published—and I have to admit, it’s hard to continue if you want to do this if you can’t get published or find grants, no matter what kind of photography you do.  But I think once you have done this for years, you begin to understand that success is more about building your life, and the remarkable experiences photography brings to you.  Once in a while we have to stop review that.  I think as long as you can remain at least a little happy in this photography thing, that counts as a success.  But also feeling that you continue to grow photographically is probably the most important mark of success and realizing that you can make a living doing one kind of photography which you then use to support the projects that speak to your soul. »

5) What value do you give today to attending a workshop for a willing photographer?

Erica:«Being able to return to the beginner’s mind – no matter how advanced the student – may be one of the most valuable tools available to a creative, and a workshop gives one permission and structure to enter into that state of being.»

Maggie: «It can be life changing.  I have helped people get staff jobs just by redoing their portfolios, I have gotten peoples’ work published in important magazines and newspapers, and I have set people onto the road they should be on……I’ve had people tell me their lives were changed after my workshops.  And I am not afraid to tell you that I am an extremely generous teacher, generous with my time, my efforts, my energy, and, if I think you have something of merit, I’ll bend over backwards to help you get it published.»

6) How did you first come in contact photography and decide to make it a fundamental part of your life?

Erica:«When she was about three years old, my older sister was photographed on Easter day. All the photos from the little shoot were placed together in an album, in sequence, showing how things progressed: girl with hat on, coat off, coat over the shoulder, next to the tree but not touching it, then leaning against the tree, and so on. Most families have photos like this, but I was only about five when I found the album, and it was an awakening for me about the nature of time and the power of the visual record, as well as the possibility of a singular voice presenting that record. The photos allowed me to see my older sister in real time as one younger than myself. Because I was already older than she was in the photos and no such document existed of me, they also made me understand that what is undocumented remains undocumented. Sounds a bit heady for a young kid, but at the time it was a natural, and profound realization.»

Maggie: «I studied photography at university but it wasn’t until I graduated, bought myself some time in Paris, and shot everyday that I realized this is what I wanted and less about the photography than the experiences I was having.  But having the photos as evidence and reminders was also enthralling to me.»

7) How does your choice of subject matter for your books/projects reflect on who you are as a person/photographer? Is photography personal or professional for you?

Erica:«My home is really important to me – I love to nest and that certainly means that much of the world that I photograph will be in my backyard, but as long as I have a comfortable landing pad I’m happy to take on projects anywhere in the world. Photography for me is personal first, professional second.»

Maggie: «I am intrigued by people and their experience.  And I’m continually amazed that people let us into their lives, make themselves vulnerable to us and I think in some ways, we have to be vulnerable before them in various ways.  Photography for me is very personal because of this but I am also a working professional so I have to have a head for business part of it, too.»

8) Name 1 film and 1 book (not photo) that has made you who you are today.

Erica:«The opening scene of ‘Down By Law’ has long stayed in my mind as has Eugene Richard’s ‘Dorchester Days.’»

Maggie: «Federico Fellini’s great movie 8 1/2;  Graham Greene’s books in general, but especially The Comedians, which is about Haiti; I love British writers including Somerset Maugham for their writing style.»

9) Workshops held by two photographers at the same time are pretty rare: what is their added value, in your opinion?

Erica: «A “Gestalt” effect is created – one that goes far beyond the sum of the value of the two individual teachers. It may not be identifiable ahead of time or something that can be quantified, but it can be felt.»

Maggie: «Students get the benefit of two different points of view and experiences of the photographer teaching the class. It enriches their experience.»

10) How will your teammate complete your vision and build a dialogue with you during the workshop?

Erica:«The answer here ranges from the practical (it isn’t possible to see or know or do all that can be done in a teaching context as one person) – to the more esoteric (energy is created between two that feeds off exchange and sparks new direction).»

Maggie: «We do both similar and different kinds of work but I think we are of like minds in that we are open to various ways of telling stories and what documentary photography can be about.»

11) What do you think is the best quality of your colleague?

Erica: «Maggie is persistently positive and perceptive while being able to explore serious issues that others refuse to look at. It’s a depth, already a rarity, that is even more significant because her interest resides beyond the self.»

Maggie: «Erica is extremely informed and shares that information about various bodies of work, working photographers, with everyone on her DEVELOP facebook site.  Also, I think she is very open and I find her very effervescent.»

Thank you so much Erica and Maggie, we are sure you will be great teachers!