Maurizio Garofalo thoughts on “New York Reports”

Abbiamo chiesto a tutti i docenti dei workshop della seconda edizione di “Photography Workshop in New York” di raccontarci qualcosa sulla loro esperienza con noi durante la settimana in cui hanno insegnato, per poter condividere il loro pensieri con chi ci segue, da vicino o da lontano…

Maurizio Garofalo, docente del workshop “New York Reports” (30 maggio-5 giugno) insieme a Davide Monteleone, e’ il primo a rispondere alla chiamata…

“A New York c’è l’acqua, ci sono i ponti, i ferries (grazie a Dario sappiamo che c’è pure un faro); poi ci sono i grattacieli, i tank per gli impianti antincendio sui tetti, la metropolitana, il cibo (tanto), il rumore (tantissimo, che alla fine manco ci fai più caso).

E poi c’è la fotografia.

La città è un set, anzi, una scenografia spontanea e straordinaria; consapevole della sua bellezza stravagante si lascia raccontare in tutte le sue storie, le sue architetture, le sue memorie. È come se New York reagisse a un destino che la vede invecchiare senza mai diventare antica, con l’energia vitale che scorre al suo interno. Per questo hai la sensazione che perfino ogni singolo passo che viene consumato lasci un segno indelebile nella vita e nella storia della città.

Tenere un workshop fotografico a New York è stata un’esperienza talmente intensa che al momento mi è difficile immaginare di ripeterla in una qualsiasi città italiana.

Il primo bilancio, assolutamente positivo, conta: 3 tatuaggi, un paio di aggressioni con accenni di percosse, un fermo di polizia.

Nelle mie considerazioni finali il primo pensiero va a “Spazio Labo’”, a Laura e Roberto.

Loro hanno la capacità di rendere possibili, perfino facili, cose che io a volte non so neppure immaginare. Il loro entusiasmo è contagioso e a New York non sono stati solo gli ospiti e i padroni di casa: sono stati i registi occulti, sempre attenti alle dinamiche del corso e alle necessità dei fotografi. I loro consigli sono stati il filo conduttore del workshop.

Il secondo pensiero va a Davide, il mio straordinario compagno di viaggio. Condividere l’insegnamento con lui mi ha arricchito enormemente. In alcuni momenti sembrava in grado di anticipare il mio pensiero, in altri mi rendevo conto che fotografo e foto editor guardavano le foto in maniera differente, ma l’incontro con un professionista come lui era talmente prezioso per un giovane fotografo che volentieri ho lasciato che conducesse il gioco e che gli studenti carpissero il più possibile della sua esperienza.

È stato incredibile vederlo fotografare durante l’uscita con Roberto: Davide è un vero “lightstalker”, che cerca la luce e il colore in maniera maniacale, ma allo stesso tempo non si distrae mai dalla sua infinita attenzione verso l’umanità.

Mi considero davvero fortunato per avere condiviso questa esperienza e sono tornato a casa arricchito di un’amicizia preziosa.

Infine ci sono le ragazze e i ragazzi del corso. Sono stati straordinari e straordinariamente disponibili e coraggiosi.

Conosco Anna da un anno e l’avevo sempre vista fotografare alzando un qualche tipo di filtro tra lei e il contesto: un riflesso, un mosso, uno sfocato (oltre al vetro della lente, lo specchio dell’otturatore, il vetro del pentaprisma e il vetro del mirino). Le sono davvero grato per essersi fidata di noi e aver accettato di fotografare la realtà “senza effetti”, raccontando, caso mai, i filtri e le barriere della regina di Williamsburg. Ai miei occhi Anna ha fatto una crescita davvero importante, riconoscibile perfino nei rapporti con le persone e con la città.

Cristina, assieme a Roberto, è la persona che mi ha emozionato e commosso di più.

Sfidando il suo carattere e, in parte, la sua timidezza, ha seguito un percorso fotografico e umano che le ha permesso di tirare fuori un lavoro di una straordinaria dolcezza.

La sua foto del vecchio sulla panchina, con il bastone, mi fa l’effetto di una musica che ho ascoltato per tutta la vita, fin da bambino.

Dario ha realizzato un lavoro “adulto”: la sua ricerca degli angoli più remoti nella memoria di Manhattan, con un bianco e nero che sembra uscito dallo sguardo di Woody Allen, ha ricordato a tutti che “le fotografie si fanno con i piedi”. Vince anche il premio come maratoneta del Photography Workshop 2011.

Gaia in soli sette giorni ha imparato la regola più importante per un reporter: che il lavoro si deve portare a casa sempre, anche nelle condizioni più difficili e avverse. La mancata disponibilità della simpatica Jenny l’ha costretta a fare miracoli e l’ultimo giorno di scatto ha davvero saputo completare il racconto al meglio delle possibilità. Sembra poco ma è stato davvero un merito ed è il merito che, agli occhi di un foto editor, rende un fotografo affidabile.

Maurizio è forse l’unico caso in cui fotografo e foto editor vedevano il tema in maniera diversa: io avrei preferito di più la componente umana che si occupa della manutenzione di una metropoli ma, come spesso capita, Maurizio è rimasto prigioniero delle due bellissime foto realizzate il primo giorno: a quel punto la linea era tirata. È stato comunque bello e divertente lo slide finale, con l’audio che riusciva a far uscire chiunque dai gangheri…

Al progetto di Paolo sono particolarmente affezionato perché era un mio pallino e sapevo che poteva essere divertente e un bel catalogo di umanità. Paolo ha saputo guardare al City Clerk di Manhattan, questo luogo dedicato al “Fast Wedding” con ironia, allegria e affettuosa compiacenza. Paolo lo vedo pronto a inventare una nuova scuola nel campo della fotografia di matrimoni.

Di Roberto mi ha emozionato l’entusiasmo con cui si è lasciato smontare le sicurezze e la tecnica (buona) che aveva raggiunto nella sua fotografia, per confrontarsi con un approccio totalmente nuovo. Ha dimostrato un atteggiamento curioso, positivo e “vitale” che gli sarà sempre molto utile.  L’ho visto fotografare per strada, in Times Square, assieme al “maestro” e la sua gioia, da bambino alle giostre, era contagiosa: mi sono messo dietro a lui e Davide a fare le stesse foto (le mie non sono buone come quelle di Roberto). Se imparerà a svegliarsi alle 5 del mattino, per fare una bella foto, sarà un altro importante momento di crescita.

Infine Susanna, la nostra piccola Bruce Gilden, che si è lasciata gettare in strada, a fotografare la gente che passava con una macchina fotografica da prima comunione. È stata brava e non credo che da quella macchina avrebbe potuto ottenere di più. Vorrei poter dire che il mezzo non conta, che una buona foto viene pure attraverso un foro stenopeico, ma quasi mai ciò riguarda i fotografi mortali e il mezzo, purtroppo, qualche differenza la fa. Sono davvero lieto di sentire da Susanna dell’intenzione di continuare a fotografare le persone.

Un ultimo pensiero va alla mia compagna, Eva, che con la pazienza che si riserva ai bambini, ha rinunciato a numerose gite per accompagnarmi non so quante volte da “B&H”. Prometto che la prossima volta andremo a Coney Island…

L’unica cosa che è mancata, in tutto il workshop, è il peperoncino: avevamo chiesto a Davide di comprarlo, ma non dovevamo affidare ad un poeta un incarico così frivolo.

Ci siamo ritrovati con un composto per le grigliate di carne…”

Che dire…forse solo Grazie, Maestro.